Un tranquillo lunedì di paura ad Arles

Un tranquillo lunedì di paura ad Arles.
Una settimana in Provenza è probabilmente una delle vacanze più rilassanti che si possa trascorre con la famiglia. Campi di lavanda e girasoli si alternano lungo i dolci pendii delle colline facendo sentire l’osservatore come in un quadro di qualche pittore impressionista. Piccoli borghi, strette viuzze ciottolate, pittoresche piazzette, romantiche coppiette sedute ad un cafè, anziani che giocano a bocce sul selciato. Insomma un Provenza da cartolina.
No, non è stereotipata, è proprio così.
La sete di scoprire nuovi luoghi non conosce mai sazietà quindi un lunedì io, Elisa e Manina ci alziamo di buon’ora e puntiamo la nostra auto in direzione Arles, una delle “chicche” della zona. Avete presente il celebre quadro di Van Gogh Le Cafè La nuit? Bene quel café si trova proprio ad Arles (che poi sia diventato un localaccio uguale a tanti altri è un’altra storia…).
Il caldo è torrido, come in Italia, ma la bellezza di questa città è tanta che per un po’ ce ne dimentichiamo.
Ombrelli dai mille colori ci danno il benvenuto. Davanti al teatro romano ci imbattiamo in una cantante di strada che intuisce la nostra terra d’origine e ci omaggia con una Bella Ciao.
Scendiamo lungo la via che costeggia l’arena, all’interno della quale si svolgono i più importanti spettacoli di Arles, primi su tutti quelle equestri e taurini. Sì perché qui la distanza dalla Spagna è davvero poca cosa e l’amore per le corride supera i Pirenei e giunge intatta fino a qui.
Eccomi arrivato al punto “caldo”.
I tori.
Passata l’arena giungiamo ad una piazza, affollatissima di gente, che festeggia non so bene cosa (poi lo scoprirò) davanti ai vari cafè tra aperitivi, bicchieri di vino e fette di salame.
Alla calca preferiamo invece un piccolo bar, quello che da noi chiamiamo bar dei vecchi, che non ha niente che invogli il classico turista a fermarsi, ma che su di me esercitano un fascino irresistibile.
Seduti davanti alla vetrina qualche anziano del luogo col proprio pastis o bevanda alla menta e qualche donna. Io ed Elisa ordiniamo un paio di bicchieri di rosé mentre mangiamo la baguette acquistata poco prima al boulangerie a fianco del bar e Manina scorrazza felice come sempre lungo tutta la via.
Ad un certo momento una delle donne, la più giovane, mi si avvicina.
– Faites attention à l’enfant, porquoi voici venir les taureaux – mi dice guardando Manina.
Oui, oui, mercì mercì – rispondo io pensando volesse dirmi di prestare attenzione a Manina e al passaggio delle auto.
Un mio evergreen. Quando sono all’estero e non capisco cosa mi stiano dicendo per risolvere la situazione rispondo sempre di sì. Ricordo ancora a Bruges quando una mattina, dopo una serata ad alto tasso alcolico, la tizia dell’albergo mi ha chiesto in inglese se volessi un non ben precisato cibo a colazione.
Non capendo assolutamente niente mi sono ritrovato poco dopo a dover ingurgitare un uovo sodo con una salivazione completamente azzerata. Scena memorabile.

Cosa fare ad Arles: cavalli, tori e parecchia sana follia

Torniamo a noi, ad Arles. La simpatica e premurosa ragazza non mi stava dicendo di prestare attenzione agli automobilisti, ma a quello che di lì a poco sarebbe sfilato lungo la via nel seguente ordine di apparizione:
  1. una decina di persone in bicicletta con una pedalata che Chiappucci e Bugno se la sognavano
  2. un numero non ben precisato di persone sudatissime che vagavano apparentemente senza meta
  3. una dozzina di uomini e donne a cavallo che tra il trotto e il galoppo cercavano formando una sorta di cerchio di scortare un gruppo di tori tanto neri quanto irrequieti
  4. un carro trasportante una banda
  5. una macchina d’epoca con ragazze in abito d’epoca

arles

arles tori

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Questo corteo degno dell’armata Brancaleone passa davanti al bar in non più di due minuti d’orologio.

Nemmeno il tempo di riprenderci da questa scarica di adrenalina che vediamo due tori ribelli ripercorrere la via fuggendo, e dietro tutto il corteo urlante ad inseguirli ad esclusione della banda e delle pulzelle in abito d’epoca. Uno dei cavalieri se ne va a sbattere contro un furgoncino Citroën parcheggiato davanti alla boulangerie mentre il suo cavallo cercava di mordere la spalla della cavaliera che trottava al suo fianco. Il tutto ad un paio di metri da noi.

In più ad un certo momento sopraggiungono degli ignari automobilisti giusto per rendere ancora più caotico lo scenario.

Immaginate la nostra faccia.

Elisa cerca di riprendere la scena con l’Ipad. Risultato pessimo.

Io sull’uscio della boulangerie (che non si sa mai), con Manina in braccio cerco di immortalare qualche momento di questa pazzia paesana. Missione riuscita in qualche modo.

Dopo nemmeno un minuto ecco ritornare i cavalieri che nel tripudio generale hanno riportato all’ordine i tori ribelli.

arles tori

Dai racconti degli anziani abbiamo scoperto che questo momento di “giubilo” popolare è il modo in cui i tori vengono scortati verso l’arena durante la giornata che precede uno degli spettacoli camarguesi. Uno di loro ci racconta che una volta uno dei tori è fuggito attraversando il dehor del bar e inseguito dai cavalieri ha fatto schizzare in aria tavoli, sedie e ombrelli.

Quelle storie che rendono orgogliosi chi può dire “Io c’ero!”.

Vi avevo promesso un tranquillo lunedì di paura, ho mantenuto la parola?

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1 commento

  • Rispondi luglio 14, 2015

    Goodnight and travel well

    Oh mamma. A me probabilmente sarebbe venuta almeno un filo d’ansia. Però ora potete dire di aver assistito anche all’ “inseguimento del toro”. Pazzesco: un minuto prima tutto tranquilli…il minuto dopo la carica dei tori ^_^

Moglie e marito, lei viaggia da sempre e lui non quanto avrebbe voluto, lei fotografava prima e lui lo fa adesso, lei scrive e lui disegna fumetti, lei recita e lui suona la chitarra, lei è laureata e lui autodidatta, lei ama le lingue e lui ascoltarla, a lei piace il design e a lui il R’n’R, lei ha gli occhi azzurri e lui due basettoni, lei ha detto di sì quando lui le ha chiesto di sposarlo dopo tre mesi in un ristorante turco a Berlino. Ah, dimenticavo, da due anni lei è mamma e lui papà.