Sulle strade del mondo: dall’Italia in Asia in moto

Viaggiatori sono così onorata di ospitare sul nostro blog un racconto di viaggio che mi ha appassionata incredibilmente nel leggerlo. E’ di una bellezza straordinaria, andrebbe pubblicato, sarebbe un libro perfetto. L’autrice è del blog Arianna di labiondasullahonda (giornalista, master in scrittura creativa e un amore grande per la motocicletta), mettetevi comodi e lasciatevi trasportare quasi come se foste con lei sul sellino della sua moto.

Viaggio dall’Asia all’Italia in moto

Ci sono occasioni che, nella vita, si presentano poche volte: sta a noi allora, avere la lucidità di coglierle e cavalcare l’onda della possibilità senza paura.

Spinti dal desiderio di fare qualcosa di grandioso, e di vivere un tempo a nostra disposizione qui e ora.

Quando sono partita da Milano, probabilmente, non ero ancora consapevole della strada che mi si prospettava davanti alle ruote: l’idea di partire per un viaggio in Asia Centrale, in sella alla mia piccola moto stradale, era nata alla fine di una mattinata in università. Agli sgoccioli di un master iniziato da qualche mese, avevo scoperto che lo stage obbligatorio non sarebbe cominciato prima di settembre.

Il messaggio arrivato poco dopo aver comunicato la notizia ad Alessandro è stato, per me, il vero inizio dell’avventura, e l’unica cosa che ricordo di quella mattina di notizie e decisioni. “Se le cose stanno così, allora, non ci sono scuse. Partiamo insieme”.

Ammetto consapevolmente di essermi fatta spingere dall’incoscienza e dalla curiosità: possiedo una motocicletta da poco più di due anni, e prima di questo folle viaggio mi ero limitata ad esplorare il nostro Paese e l’Europa, stando via di casa al massimo per trenta giorni.

Un lasso di tempo che mi aveva permesso di prendere un minimo di dimestichezza col mezzo e imparare a gestire l’autonomia assoluta di un viaggio in solitaria, ma che quasi sempre mi sembrava scorrere troppo velocemente.

Viaggio dall'Asia all'Italia in moto

Avere la possibilità di viaggiare per tre mesi, invece, cambiava completamente le prospettive: era come se l’idea stessa di tempo assumesse un’altra dimensione, e per la prima volta potessimo pensare a degli spostamenti davvero lenti. Nella piena libertà di scegliere quando e dove muoverci, e di conoscere realmente quello che incontravamo lungo il percorso.

Un mese esatto prima della partenza stavamo completando l’itinerario di massima, imprimendo nella mente i nomi dei Paesi che avremmo attraversato: quello che era nato come un viaggio in solitaria tutto al maschile, improvvisamente, mi comprendeva, e quindi erano due – in quel primo maggio soleggiato – le teste al lavoro, chine su un’immensa cartina.

Sapevamo solo una cosa: che per questione di disponibilità di tempo saremmo partiti e rientrati separatamente. Così è stato, infatti, e in un modo che non avevamo decisamente messo in programma.

Quando si parte con la consapevolezza di stare via a lungo – e soprattutto di attraversare diverse nazioni, con climi potenzialmente agli opposti – lo scoglio più grande è riuscire a preparare un bagaglio leggero, ma che comprenda tutto quello di cui si può avere bisogno.

Viaggio dall'Asia all'Italia in moto

Alla fine dei preparativi – nonostante tutto – la moto era molto pesante, ma credevo non fosse poi un così grande problema. Ha iniziato ad esserlo quando le strade hanno cominciato a farsi dissestate.

Quando mi sono lasciata alle spalle la “comfort zone” delle belle strade nostrane, fatte di d’asfalto liscio, e ho iniziato a faticare fra ghiaia e sassi.

Dopo aver attraversato i Balcani, lungo Slovenia, Croazia, Bosnia, Montenegro e Serbia, siamo arrivati in Bulgaria, dove ad accoglierci a Sofia è stato un amico appassionato di due ruote ed esplorazioni lente. La filosofia della nostra avventura era anche questa: conoscere da vicino la vita delle persone e quando possibile farci ospitare come couchsurfer. Entrambi navigati in questo metodo di condivisione di esperienze, a me e ad Alessandro sembrava una buona idea poterlo fare anche durante questo viaggio, dove possibile.

Volevamo mantenere un profilo basso, soprattutto man mano che ci saremmo spostati verso Est. Guidare due motociclette – e avere modo di viaggiare così a lungo – non vuol dire disporre di grandi fortune: vuol dire avere imparato a gestire i costi del viaggio e viverlo con umiltà. Senza spese inutili e tanta voglia di arrangiarsi. Arrivando presto a scoprire – con sgomento – che la vita in viaggio è meno cara di quella che conduciamo in Italia.

Viaggio dall'Asia all'Italia in moto

È solo una volta varcato il confine con la Turchia che ho realizzato quanto fossi distante da casa. Non si trattava semplicemente della pura distanza – mi era capitato di essere anche più lontana -, ma del fatto che tutti quei chilometri li avessi coperti via terra, mettendoci intere settimane di fatica, caldo e sudore.

La porta dell’Est è stata la vera rivelazione del fascino overland: è come se avessi improvvisamente aperto gli occhi sulla effettiva grandezza del mondo, dopo averlo dimenticato a furia di saltare da un aereo all’altro.

In più di venti giorni abbiamo attraversato la Turchia partendo da nord, accarezzando la costa mediterranea per poi addentrarci verso il cuore di pietra della Cappadocia.

È con gli occhi pieni di colore che siamo poi arrivati nel Caucaso: una terra di conflitti e domande, ma anche di persone disponibili e pronte a darti tutto. Come Asya, e la sua meravigliosa famiglia, che ci ha aperto le porte di casa  e ci ha accolto come amici che non vedeva da tempo. Incontrare viaggiatori è per lei un modo di impratichire il suo inglese, ma per noi è stata un’occasione ancora più straordinaria. Abbiamo potuto mettere a fuoco il significato di accoglienza e generosità, anche quando gli strumenti sono pochi e le difficoltà moltissime.

Viaggio dall'Asia all'Italia in moto

Abbiamo iniziato a capire fin da subito che per l’attraversamento dei confini dovevamo solamente armarci di molta pazienza: fra Georgia e Russia siamo stati presi in disparte, insieme ad altri motociclisti, e la procedura si è fatta lunga e faticosa. Ci siamo ritrovati dall’altra parte solo quando il buio era già calato da un pezzo, e le energie insieme a lui.

Se ripenso ai momenti più difficili vissuti durante i tre mesi di viaggio mi rendo conto che era la fatica a farli nascere, e l’incapacità – umanissima e comprensibile – di gestire la stanchezza che un’avventura di questo tipo comporta.

Perché per quando si comincia a desiderare di mettersi in gioco in questo modo bisogna mettere in conto un modo completamente diverso di approcciarsi al viaggio: sulle strade del mondo, chilometro per chilometro, si soffre e si cresce. Perché la strada tira fuori tutte le domande e ti spinge a cercare le risposte. Un’esperienza di questo tipo non è una vacanza rilassante, ma una vera prova di sopravvivenza – ai propri limiti – in relazione a se stessi e agli altri.

Viaggio dall'Asia all'Italia in moto

È una cosa che non si comprende subito: ci vogliono soddisfazioni e cadute, ci vogliono delusioni e ricordi belli.

Forse lo si comprende addirittura dopo del tempo, una volta a casa, quando la vita normale ha ripreso il suo corso. Ma quando lo si capisce quello che era sembrata una ferita aperta diventa una grande lezione acquisita.

Che ci ha insegnato a mantenere un occhio razionale nei confronti delle cose, e a imparare a dire cosa ci è piaciuto, e cosa non ci è piaciuto, davvero.

Lungo la Via della Seta, una volta lasciata alle spalle la steppa desolante del Kazakhstan, abbiamo avuto l’impressione di osservare un’umanità caotica e troppo spesso priva di direzione. Se da una parte siamo stati frequentemente vittime di grandi disonestà, dall’altra siamo anche stati presi sotto l’ala di persone straordinarie.

Se un giorno un uomo ha finto di ospitarci per la notte nella sua cascina, e invece ci ha rubato 50 dollari, un altro giorno abbiamo incontrato il proprietario di una guest-house in pieno centro a Bukhara che ha quasi sollevato le nostre moto di peso pur di farcele portare dentro al cortile, per proteggerle dagli occhi dei curiosi.

Nei deserti uzbeki, e fra una città e l’altra, abbiamo visto gli effetti del turismo su una popolazione aperta da pochi anni agli spostamenti di massa, e che non ha ancora compreso che chi viaggia, sempre più spesso, non è un pollo da spennare, ma qualcuno che vuole capire, conoscere, vedere. Un qualcuno che viene ferito dalla disonestà, se in cambio aveva offerto solo gentilezza e voglia di condividere.

Una volta attraversato l’Uzbekhstan, e arrivati a Bishkek – capitale del Kyrgyzstan – avevo già preso la mia decisione: la moto sarebbe restata lì, da dove sarebbe poi ripartita in camion per l’Italia, e io avrei proseguito con altri mezzi. Ci erano voluti giorni di ricerca, organizzazione e ripensamenti, ma ero fermamente convinta che fosse la scelta migliore.

Le migliaia di chilometri lungo le strade più difficili che avessi mai affrontato mi avevano insegnato molto, ma mi avevano anche messa alla prova. Nel momento in cui la fatica aveva superato il piacere di guidare il mio mezzo avevo capito che, forse, era il momento di optare per un piano B.

Viaggio dall'Asia all'Italia in moto

“Sarebbe un peccato che tornassi indietro ora, quando le montagne e il Tajikhstan sono proprio dietro l’angolo” mi aveva detto Alessandro una sera, dopo un mio ennesimo momento di crisi. Avevo guidato per 14mila chilometri fino lì, e in passato avevo già viaggiato da sola anche senza moto: dovevo solo trovare il coraggio di pensare al cambio di programma non come a una sconfitta, ma una nuova sfida nella sfida.

Dopo aver versato qualche lacrima ho messo definitivamente da parte il pensiero che quel mio “arrendermi” alle evidenti difficoltà della strada mi avrebbe reso lo zimbello di altri motoviaggiatori più navigati, e ho iniziato a convincermi che la consapevolezza dei propri limiti, in realtà, è solo prova di intelligenza.

Così ho comprato uno zaino e ho ridotto all’osso il mio bagaglio. Ho prenotato un biglietto aereo per Dushanbe e ho iniziato davvero a pensare che le ultime settimane di viaggio sarebbero state un ritorno alle origini: a quando viaggiavo per l’Europa da sola e uno zaino Ferrino blu era il mio migliore amico.

Alessandro avrebbe continuato in sella per il tempo che ancora aveva a disposizione, e poi ci saremmo rivisti una volta a casa. Avremmo continuato a viaggiare insieme, ma divisi: avremmo affrontato la Pamir Highway con occhi diversi, e il desiderio di condividere questa diversità una volta rientrati.

Le due settimane che sono seguite sono state un infinito turbinio di emozioni e indipendenza: lungo la M41, la seconda strada internazionale più alta al mondo (che raggiunge i 4600 mt s.l.m.), per i miei spostamenti mi sono affidata a svariati mezzi di fortuna.

Il giorno in cui sono arrivata a Langar, nel cuore della Wackhan Valley, sull’auto partita da Khorog eravamo in 13. Un viaggio straordinario e lento, fatto di buche e musica, che è terminato solo dopo molte ore, una volta giunti in una vallata attraversata da un fiume. Di fronte a noi l’Afghanistan, e gli immensi picchi innevati dell’Hindu Kush: un’immagine che mi si è fissata sul fondo della retina e rivedo anche ora, dopo mesi dalla fine di quell’avventura. Mi basta chiudere gli occhi pensare ad una luce alta, bianca, e al profilo delle montagne contro un cielo infinito.

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Moglie e marito, lei viaggia da sempre e lui non quanto avrebbe voluto, lei fotografava prima e lui lo fa adesso, lei scrive e lui disegna fumetti, lei recita e lui suona la chitarra, lei è laureata e lui autodidatta, lei ama le lingue e lui ascoltarla, a lei piace il design e a lui il R’n’R, lei ha gli occhi azzurri e lui due basettoni, lei ha detto di sì quando lui le ha chiesto di sposarlo dopo tre mesi in un ristorante turco a Berlino. Ah, dimenticavo, da due anni lei è mamma e lui papà.