Storie di slitte, cani e confini in Québec

Tutta colpa dei fumetti di Ken Parker, di “Corvo rosso non avrai il mio scalpo“e “Il richiamo della foresta“.

Poi ad aggravare ulteriormente la situazione sono arrivati pure i romanzi di Cormac McCarthy. Se penso che con i miei scarponi sto calpestando luoghi di frontiera, terre di Uroni, scenari che hanno visto combattere l’esercito francese contro quello della corona inglese per il dominio del Nuovo Mondo vado veramente fuori di testa. E forse un po’ ci sono andato veramente, visto che oggi è in programma niente meno che il dog sledding, la slitta coi cani. 

Canada e slitta coi cani. Oggi sono a rischio overdose.

dog sledding canada Arriviamo al campo di Chanil du Sportif. Un’occhiata rapida e le guide capiscono che il nostro abbigliamento, almeno per quanto riguarda pantaloni, scarponi e guanti è quantomeno inadatto (e io che pensavo di essere equipaggiato fino ai denti…). Entriamo nel capanno adibito da spogliatoio, ufficio e cucina e ci vestiamo come-dio-comanda.
Fuori decine e decine di cani, incatenati alle loro cucce abbaiano con tutto il fiato che hanno in gola per scaricare l’adrenalina che scorre nelle loro vene. Quattro slitte sono già pronte. Due partono subito, una con la guida l’altra con due turisti di mezza età. 
Alla prima curva dopo un paio di sbandate i turisti vengono catapultati fuori e i cani con annessa la slitta scompaiono in un battibaleno.
Iniziamo bene.
Ora è il nostro turno. Ci precedono le nostre due guide su una slitta. Sulla seconda siamo io e Gianluca, il mio compagno di viaggio. Giusto un paio di indicazioni della nostra giuda “Chi guida stia attaccato con le mani, qui c’è il freno e mi raccomando, la cosa più importante di tutte è l’incolumità dei cani”. Neanche il tempo di pensare “E la nostra?” e via che si va.
I cani sono ubbidienti e seguono il la slitta della guida che ci precede e ci addentriamo sempre più nel bosco. 
Nessun pensiero. 
Le orecchie si riempiono dei suoni dei pattini che scorrono veloci e delle zampe dei sette che sprofondano nella neve.
Poi un pensiero arriva.

Ti rendi conto che sei qui, in Québec, adesso, nel 2014, dopo una vita di sogni infilati in un cassetto e chiusi a chiave? Come fossi un’esploratore che decide di partire per allargare il confine del mondo.
Confine…
Québec terra di confine.
Confine dell’impero francese. Confine con gli USA. Confine con l’infinito.
L’infinito si presenta ad un certo punto davanti a noi, fuori dal bosco, dall’altra parte della vallata.

L’infinito ha un nome, quello che in Australia chiamano Outback, è Backland.

Un infinito completamente vergine, in cui l’uomo può solo avventurarsi, ma in cui è precluso ogni tipo di insediamento. Qui la Natura è inospitale e non fa sconti. La terra testimone e vittima di un preistorico impatto con un meteorite di ciclopiche dimensioni è tutta un susseguirsi di ondulate montagne, fino a dove lo sguardo non ha la capacità di arrivare. Nessuna foresta con alberi tanto alti e fitti da nascondere il cielo. Qui siamo nella regione di Cherlevoix in Québec.

L’inverno sembra non finire mai, e chi meglio degli alberi può saperlo? Il tempo concesso loro per crescere è breve ed è questa la causa della loro bassa statura.
Calpesto questo confine a bordo della slitta e cerco di spingere sempre più in là la mia vista fino a perderla, cima dopo cima. Il pensiero di una Natura completamente incontaminata per centinaia di chilometri può anche spaventare solo al pensiero. De Gregori cantava “Il verde brillante della prateria dimostra in maniera lampante l’esistenza di Dio“. Anche il bianco delle montagne di Charlevoix lo dimostrano.
dogsledding canada Il freddo toglie il respiro ma non ci faccio più caso, penso ad un’altra volta in cui mi sono sentito rapito dal confine: il Capo di Buona Speranza. Io in piedi alla sua sommità, nella stessa posizione in cui mi trovo ora, con gli occhi rivolti verso l’infinito lontanissimo e sconosciuto e tutto, Europa, Africa, il mondo intero alle spalle. Oltre solo il blu dell’oceano.

E oggi Backland.
Questo luogo non si cura dei nostri problemi, come noi non ci curiamo dei suoi. Non è una possibile fonte di guadagno, non nasconde oro o petrolio ma solo rocce, tane di marmotte, funghi e chissà che altro ancora. E allora ignoriamola. Ma non tutti ci riescono. Ad alcuni uomini, siano essi avventurieri o semplici sognatori, hanno bisogno di sapere che nel mondo, nel nostro mondo, quello che ha la metropolitana, facebook, il Nespresso e gli ammortizzatori sociali, esistano delle frontiere da sfidare, da oltrepassare, da scoprire.

O semplicemente da sognare.
Grazie a Charlevoix e al Québec oggi mi sento più sognatore.
Oggi mi sento più vivo.

ti è piaciuto quello che hai letto?

Condividilo

Ricevi i nostri racconti via email

* = campo richiesto!

Cosa ne pensi? Lascia un commento

Moglie e marito, lei viaggia da sempre e lui non quanto avrebbe voluto, lei fotografava prima e lui lo fa adesso, lei scrive e lui disegna fumetti, lei recita e lui suona la chitarra, lei è laureata e lui autodidatta, lei ama le lingue e lui ascoltarla, a lei piace il design e a lui il R’n’R, lei ha gli occhi azzurri e lui due basettoni, lei ha detto di sì quando lui le ha chiesto di sposarlo dopo tre mesi in un ristorante turco a Berlino. Ah, dimenticavo, da due anni lei è mamma e lui papà.