Lavorare in Malesia, l’esperienza di Manuela

Torna sul nostro blog Manuela che abbiamo ospitato qualche mercoledì fa (se vi sieti persi il suo post potete leggerlo qui). Oggi ci parla delle sue avventure di lavoro, dense di aneddoti culturali. Buona lettura.

Risolto il problema dell’auto, potevo finalmente cercarmi un lavoro: lavorare per entrare a contatto con gente del luogo, penso che sia uno dei modi migliori per avere un quadro completo della realtà  sociale e culturale in cui vivi.  Ho trovato il mio primo lavoro in una scuola malese Apiit smart School, come insegnante di teatro (materia inserita a pieno titolo nel curricolo scolastico nazionale..magari fosse cosi’ anche da noi!). Mi hanno assunta con un contratto di prova di 3 mesi dopo un colloquio e una lezione dimostrativa. La mattina della prova sul campo ero molto tesa, mi ero preparata una lezione tipo ma non sapevo come sarebbe andata con due supervisori che avrebbero assistito alla mia lezione di “drama”. Il mio inglese non era certo eccellente (con quel delizioso accento emiliano) ma contavo nelle mie abilita’ di teatrante per divertire e stupire i bambini. La primissima difficoltà  riscontrata fu imparare tutti i nomi degli studenti delle diverse classi assegnatemi. Normalmente sono abituata a ricordare volti e nomi ma qui il problema era che ogni bambino aveva più  di un nome e più  di un cognome per cui era davvero complicato per la mia memoria! I nomi mussulmani infatti sono molto più  lunghi dei nostri e per me risultava anche difficile capire quale fosse quello “giusto” con cui chiamare il bambino. Ricordo ancora chiaramente il pomeriggio dei colloqui coi genitori. Ero in quella scuola da appena 2 mesi, come potevo aver gia’ inquadrato i bambini di cosi’ tante classi?! Eppure mi chiesero lo stesso di presentarmi per i colloqui e dare valutazioni sugli alunni. Pensando che molto probabilmente nessuno sarebbe venuto a chiedermi nulla,  su una materia che comunque e’ considerata di poco conto rispetto alle altre, ero abbastanza tranquilla. E invece quel pomeriggio, forse la curiosità  di vedere un’insegnante occidentale, forse la novità  che rivestivo, molti genitori si presentarono e io cercai di arrampicarmi sugli specchi (con il mio inglese sempre non eccellente!) per poter parlare sensatamente di tutti. La scena buffa e’ che ogni genitore si presentava come: “I’m the father of Mohamed Allah Shaid Salam” nominando tanti nomi diversi dello stesso bambino mentre io andavo nei matti!!

Altro aneddoto divertente fu la scelta della storia da portare in scena come spettacolo di fine quadrimestre. Nala (di origini indiane) decise di portare in scena: I tre porcellini, io accettai la sua proposta di buon grado senza realizzare che il maiale e’ l’animale sacro ai musulmani e non va deriso!!Il giorno dello spettacolo mi resi conto dello strafalcione ma ormai era tardi.. alcuni insegnanti erano scocciati, altri non prestarono attenzione alla nostra scelta registica. La coordinatrice ci chiese soltanto di non far indossare maschere di maiali ai bambini.. io non mi sentivo responsabile, la scelta non era stata mia, ma che ridere questo incidente religioso-diplomatico sulla scena teatrale!

Allo scadere dei 3 mesi di prova comunque decisi di lasciare la scuola, l’esperienzanon mi aveva entusiasmata, avevo capito che per quanto mi sforzassi di rimanere mentalmente aperta, il divario tra la mia cultura e la cultura tipicamente mussulmana era troppo grande da colmare per me, non condividevo il modo di educare i bambini (anche loro soggetti al lungo periodo di Ramadan, senza mangiare e soprattutto bere per tanti giorni in un clima costante di 30 gradi con 90% di umidità ), di relazionarsi tra loro e il dover rispettare la distinzione netta di ruoli e trattamenti tra maschi e femmine (rigorosamente col mini-velo). Ma sono stata contenta di aver provato e di essermi confrontata con una sfida del genere.

Successivamente, ho conosciuto una signora italiana e una indiana responsabili della Jumping Jellybeans theatre company. Ho imparato tanto da loro,  mi hanno dato l’opportunita’ di seguirle come loro collaboratrice in alcuni spettacoli per ragazzi e come insegnante di teatro in una scuola, questa volta indiana: the International indian school. Essendo internazionale, gli studenti che frequentavano questa scuola erano indiani dell’India, capitati in Malesia per motivi di lavoro dei genitori. Ero molto attratta dalla cultura indiana e speravo di entrarvici a contatto stando coi ragazzi, anche se per poche ore settimanali.  Ricordo ancora uno dei primi giorni, quando alcuni di essi mi guardavano strabiliati: viso bianco, capello chiaro e occhio chiaro, una vera anomalia rispetto quanto vedevano tutti i giorni..e io ero la loro insegnante!Potevi percepire nei loro occhi lo stupore, uno mi chiese pure di fare una foto e se avevo le lenti a contatto azzurre (forse non aveva mai visto occhi azzurri?). Mi resi conto da subito come non si può  dare per scontato nessuna informazione quando vivi in un’altra cultura: durante le attività  e gli esercizi teatrali utilizzavo parole tipicamente italiane o tipiche della mia cultura in generale credendo che fossero informazioni comuni, pizza per esempio (chi non conosce o ha mai sentito parlare della pizza?) ma cosi’ non era. Non sapevano cosa fosse la pizza come io inizialmente non sapevo cosa fosse il loro roti canai (specie di piadina, buonissima!)! Quindi mi sono sforzata di trovare un linguaggio di parole comuni, sforzandomi di cercare di arricchire il mio vocabolario di parole tipicamente malesi o indiane. Anche durante le mie narrazioni e spettacoli notavo come la cultura di appartenenza fosse lo strumento privilegiato da cui dipendevano le reazioni dei bambini durante l’ascolto della storia: a volte ridevano come i bambini italiani per gli stessi escamotage teatrali proposti, altre volte le loro reazioni, rispetto alle stesse proposte fatte in Italia, erano diverse.

In quella scuola mi sentivo comunque piu’ a mio agio e ne apprezzavo molto di piu’ le scelte didattiche, nonostante fosse un modello culturale molto distante dal mio. Una delle cose che piu’ avevo notato era appunto il curricolo delle materie scolastiche: i bambini avevano lezioni di yoga e teatro! Le materie tipiche dello studio e di competenza della mente (indi, inglese, francese, matematica, storia, geografia, scienze..), erano affiancate da altre discipline di movimento dove il corpo veniva privilegiato in un connubio equilibrato tra testa, corpo e.. spirito. Si, avete capito bene: infatti, ogni giorno, 15 minuti prima della fine delle lezioni, dagli altoparlanti si poteva ascoltare una bellissima musica meditativa che invitava ad interrompere le lezioni, raccogliersi in totale silenzio, prima di uscire da scuola. Quanto avrebbe da imparare la scuola italiana!

Un’altra esperienza professionale, comunque relativa a pochi mesi, fu all’Universita’ di lingue come madrelingua per il corso di italiano. Di questa esperienza non raccontero’ molto, rischierei di criticare molto la cultura di alcuni italiani all’estero, nello specifico di alcune insegnanti mandate a ricoprire quei posti dal ministero degli esteri, pagate profumatamente ma non di certo all’altezza del ruolo rivestito. Avrei ancora tante esperienze di lavoro da elencare ma non vorrei diventare pedante, mi scuso se mi sono dilungata troppo ma parlare della Malesia per me e’ come aprire una diga..non la fermi piu’!

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8 commenti

  • Rispondi ottobre 11, 2012

    Andrea da Bangkok

    Aspettavo questa seconda puntata… e ho rivissuto il mio primo giorno all’Università qui… per fortuna l’inviato del ministero qui in Thailandia è molto in gamba… anche tropo preparato 😉

    • Rispondi ottobre 11, 2012

      miprendoemiportovia

      Eccola qui! e speriamo che Manuela scriva ancora!

  • Rispondi ottobre 12, 2012

    manuela chiaffi

    ..Anche tu Andrea hai insegnato italiano all’Universita’ di Bangkok? ambiente professionale ecompetente? eh come sempre, dipende da chi incontri, dalle persone nello specifico!Nel mio caso, a Kl c’erano insegnanti brave e altre meno che sfruttavano la situazione d’oro.. pero’ sicuramente lo scambio culturale con gli studenti ti da cosi’ tanto che il resto lo metti in secondo piano!

    • Rispondi ottobre 19, 2012

      andreainthailandia

      Part time ancora insegno…faccio al momento solo corsi per esterni e lezioni di dizione e conversazione (devo molto al mio background teatrale in Italia).

      Qui la situazione è “ok” ma “Ajiarn” Luca è molto bravo, preparato e volenteroso!

  • Rispondi ottobre 24, 2012

    manuela chiaffi

    che bello!!dunque anche tu un teatrante?? ma insegni italiano per l’universita’ a BKK ?!scusa forse sto diventando un po’ troppo curiosa!:)

    • Rispondi ottobre 24, 2012

      miprendoemiportovia

      Ciao manu bentornata!

      ti aspettiamo con un bel racconto su un posto insolito in malesia 🙂 quando vuoi!

  • Rispondi ottobre 30, 2012

    manuela chiaffi

    si si il prossimo sara’ su un’antica celebrazione religiosa.. il famoso Thaipusam di cui ti parlavo!!

    • Rispondi ottobre 30, 2012

      miprendoemiportovia

      Lo aspettiamo con trepidazione e credo anche i tuoi lettori!

Moglie e marito, lei viaggia da sempre e lui non quanto avrebbe voluto, lei fotografava prima e lui lo fa adesso, lei scrive e lui disegna fumetti, lei recita e lui suona la chitarra, lei è laureata e lui autodidatta, lei ama le lingue e lui ascoltarla, a lei piace il design e a lui il R’n’R, lei ha gli occhi azzurri e lui due basettoni, lei ha detto di sì quando lui le ha chiesto di sposarlo dopo tre mesi in un ristorante turco a Berlino. Ah, dimenticavo, da due anni lei è mamma e lui papà.