Il mio approccio alla Malesia

Buongiorno a tutti cari lettori. Oggi incontriamo Manuela, special guest del mercoledì che ci porterà in Malesia. Manuela ha vissuto più volte in questo straordinario paese e ha accettato di parlarcene un po’ alla volta sul nostro blog. Manuela nella vita oltre ad essere insegnante è anche artista e si occupa di teatro di narrazione. Per un mercoledì al mese diventerà per noi narratrice digitale e ci racconterà della sua vita da expat portandoci a conoscere alcuni angoli particolari di questo meraviglioso Paese.

Mi sono avvicinata alla Malesia, prima attraverso i racconti di mio marito, che vi lavorava, poi con visite sporadiche, a partire dal 2005, seguite da soggiorni-vacanza di settimane e mesi, nel 2006, fino a viverci in pianta stabile per poco piu’ di un anno fra il 2007 e il 2008. Poi l’ho lasciato per tornare in Italia, ma come un’amante che non si dimentica, la magia di questo paese ha continuato a stregare il mio cuore, tanto che biennalmente vi sono ritornata (2008 e 2010). Ogni 2 anni, precisi, il destino ha voluto che fortuite coincidenze mi riportassero li’.

Non l’ho amato da subito.

Inizialmente l’idea di vivere in un paese cosi’ diverso dal mio , di cominciare una nuova vita, un nuovo lavoro, nuove relazioni sociali dal niente mi spaventava.

Senza considerare gli aspetti piu’ concreti di questa diversita’: la lingua, il cibo, le usanze culturali, i costumi.

Ma questa paura si e’ sciolta velocemente quando mi sono accorta che la societa’ malese e’ un esempio eccellente di commistione di razze e culture diverse, essendo composta da malesi, cinesi e indiani del sud uniti dalla storia comune di una colonizzazione, quella britannica, che ha portato cinesi e indiani come forza lavoro in Malesia e da li’ poi il loro effettivo inserimento nel tessuto sociale e culturale. Dunque un put-pourri di lingue, di culture, di colori diversi che accoglie come benvenuto lo straniero.

Con tutti i suoi limiti, qui davvero si respira e si tocca con mano l’atmosfera interculturale che tanto si cerca di ricreare nelle scuole italiane. Essendo insegnante, certe cose mi saltano all’occhio: vedere bambini di 6,7 anni che parlano 3 o 4 lingue correntemente e’ semplicemente fantastico: il Bahasa, lingua malese ufficiale, il mandarino (e almeno 1 o 2 dei suoi dialetti) o il tamil (se indiano), l’inglese, altra lingua ufficiale. Mentre i nostri bambini a malapena sanno l’italiano corretto. A Kuala Lumpur ho vissuto davvero la parola integrazione. Bambini che conoscono rituali, usanze, costumi religiosi di culture cosi’ diverse tra loro, le rispettano, ci convivono come se fosse la cosa piu’ naturale del mondo. Qui i bambini davvero non badano molto al colore della pelle, abituati a giocare con gialli, neri, bianchi.

Forse dunque per questa varieta’ culturale, mi sono sentita subito a casa. Mi dilungherei all’infinito sulla ricchezza di un paese che sono 3 paesi insieme, in cui puoi vivere essendo mussulmano (i malesi), buddista (i cinesi) o induista ( gli indiani), dove puoi respirare il clima culturale di 3 paesi cosi’ diversi nella stessa citta’, ma divagherei troppo.

Oggi invece vorrei parlarvi di come inizialmente ho cercato di muovermi (in tutti i sensi!) a Kuala Lumpur, una citta’ che conta 2 milioni di abitanti e che e’ costruita in modo totalmente diverso rispetto le grandi citta’ europee. Come in tutto il resto dell’Asia, la caratteristica che spicca e’ la grandezza: spazi enormi, strade enormi, grattacieli enormi. Niente centro storico chiuso al traffico, piuttosto il contrario: qui il traffico pedonale e’ chiuso! Quasi nessuna possibilita’ di muoverti a piedi, specialmente se non sei un turista e non vivi in centro. Io abitavo a 15 minuti in auto dal centro ma per arrivarci dovevo prendere 2 autostrade.

Come potete immaginare, Kuala Lumpur, nonostante sia una delle citta’ piu’ piccole in Asia non e’ molto a misura d’uomo! Dopo le prime settimane di spostamenti in taxi (nella mia zona residenziale niente metro e pochi autobus), e dopo aver allacciato belle amicizie con alcuni italiani (cerco sempre di evitarli all’estero ma in questo caso un paio di persone mi sono state davvero care!), e’ iniziata la mia “avventura automobilistica”. Infatti una di queste amiche italiane (che e’ poi diventata collega di lavoro nella Jumping Jelly beans theatre company con cui ho collaborato) mi ha offerto il suo piccolo vecchio furgoncino che non usava piu’. Non e’ stato facile guidare sulle strade malesi (ad almeno 4 corsie per senso di marcia), sulla sinistra, alla maniera inglese, con parecchi motorini che ti sfrecciano su entrambi i lati della strada, e con un mezzo del genere ma dopo essermi persa un po’ di volte, in alcuni casi, aver impiegato il doppio del tempo necessario per raggiungere un posto, mi sono abituata ed e’ stato allora che abbiamo fatto l’upgrade! Cioe’ abbiamo sostituito il vecchio furgoncino che ci era stato prestato con una piccola jeep: kambara, comprata di seconda mano da un amico cinese meccanico. La sera, tornare a casa dal lavoro, dalla visita di qualche amico o dallo shopping in completa autonomia, senza averci impiegato un tempo smisurato e senza aver sbagliato nemmeno un’autostrada, con la mia piccola jeep, era una soddisfazione che nemmeno si puo’ immaginare!

ti è piaciuto quello che hai letto?

Condividilo

Ricevi i nostri racconti via email

* = campo richiesto!

Cosa ne pensi?

11 commenti

  • Rispondi settembre 5, 2012

    Amisaba

    Manuela, già mi piace questa prima parte del tuo racconto sulla Malesia! Riporterò la tua esperienza ad un mio amico insegnante che mi parla sempre della problematica dell’integrazione in una stessa classe di bambini che parlano lingue diverse. Hai scoperto per caso il ‘segreto’ di tale capacità?
    “Niente centro storico chiuso al traffico, piuttosto il contrario: qui il traffico pedonale e’ chiuso!” sarebbe durissima per me che non guido 🙂

    • Rispondi settembre 5, 2012

      manuela chiaffi

      Non sarbbe cosi’ dura per te, basterebbe vivere in centro o comunque prendere molti taxi..non e’ come qui, in Malesia moltissime persone si spostano con i taxi. Fuori dai centri commerciali fai la fila per prenderne uno. E’ dunque un mezzo di trasporto molto diffuso e non cosi’ caro..certo non hai l’indipendenza di avere un’auto tutta tua! e poi notavo quest’anno, quando recentemente sono tornata a Kuala Lumpur che le linee della metro sono state incrementate notevolmente rispetto a 5 anni fa, quando vi vivevo per cui no worries! per quanto riguarda l’integrazione, e’ un discorso lungo.. Il segreto credo sia non avere pregiudizi.. sono onesta, anche in Malesia gli adulti considerano le 3 razze che popolano il paese in modo molto diverso (gli indiani sono un po’ sottoconsiderati, i cinesi sono invidiati dai malesi perche’ sono piu’ furbi e abili nel commercio e infatti detengono la maggioranza delle attivita’ economiche anche se sono i Malesi a dominare nel settore pubblico e al governo) ma nei bambini e’ diverso. Queste differenze non si avvertono. La differenza di un’integrazione piu’ riuscita in Malesia, rispetto all’Italia credo sia nell’aver accettato che chi e’ di origine indiana o cinese e’ pur sempre abitante malese. Noi questo non lo accettiamo: un bimbo proveniente dal marocco rimane marocchino, non italiano con origini marocchine. Sembra una sottigliezza ma e’ una sfumatura che fa la differenza nel come un adulto pensa lo straniero e nel come lo comunica ai bambini, in classe.

      • Rispondi settembre 6, 2012

        miprendoemiportovia

        Non mi sembra affatto una sottigliezza anzi sarebbe un geande traguardo! E’ molto forte quanto vera questa frase: da noi un bambino con origini marocchine ma nato qui rimane pur sempre un marocchino. I miei alunni di seconda generazione questa cosa la sentono sempre moltissimo.
        Grazie Manu di essere qui con noi, porti un gran bel valore aggiunto al nostro blog!
        Aspettiamo tutti la prossima avventura
        Elisa

  • Rispondi settembre 5, 2012

    Elisa Delia

    Beh manu sei fantastica! Ti trovo anche qui senza preavviso…. Che bello!

    • Rispondi settembre 5, 2012

      manuela chiaffi

      ciao eli!!quindi tu conoscevi gia’ il blog? lo cura un’amica.. vedi? le nostre strade continuano a incorciarsi!!bello!!

  • Rispondi settembre 5, 2012

    cristina

    Veramente carina come idea: mentre leggevo mi ci immedesimavo davvero… Grande! A Mercoledì prossimo…. Nel frattempo Buona Strada cri

    • Rispondi settembre 5, 2012

      manuela chiaffi

      ..racconto storie di professione per cui scriverle e cercare di far immedesimare le persone in cio’ che sta succedendo e’ il mio obiettivo..se sono riuscita a portarti con me su quelle grandi strade malesi cercando di non perdermermi ad ogni bivio e cercando di evitare i motorini (uno a dire il vero l’ho centrato ma mi e’ andata bene!!), ne sono felice!!! alla prossima storia allora!

  • Rispondi settembre 7, 2012

    valentina Tosi

    Grand Manuela!! bello viaggiare attraverso i tuoi racconti e speriamo che anche qui pian piano la parola intercultura diventi una coloratissima casa abitata e non una parola fredda da appicicare a progetti.
    buon avventura!
    valentina

    • Rispondi settembre 7, 2012

      miprendoemiportovia

      ciao Vale che bello vederti passare per di qua!

    • Rispondi settembre 9, 2012

      manuela chiaffi

      si, brava! che siano una casa abitatata da fuoco caldo che brucia, anche se possono esserci Babe Yaghe a sfidare..!

Moglie e marito, lei viaggia da sempre e lui non quanto avrebbe voluto, lei fotografava prima e lui lo fa adesso, lei scrive e lui disegna fumetti, lei recita e lui suona la chitarra, lei è laureata e lui autodidatta, lei ama le lingue e lui ascoltarla, a lei piace il design e a lui il R’n’R, lei ha gli occhi azzurri e lui due basettoni, lei ha detto di sì quando lui le ha chiesto di sposarlo dopo tre mesi in un ristorante turco a Berlino. Ah, dimenticavo, da due anni lei è mamma e lui papà.